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di Giuseppe Parodi

Autoabbronzanti: funzionano davvero?
di Giuseppe Parodi
Due messaggi contraddittori vengono trasmessi ai nostri giorni dai media: da una parte il mito dell'abbronzatura quale espressione di salute e bellezza, dall'altra il pericolo delle stesse radiazioni solari, fonte principale di invecchiamento e di rischio oncologico.

Di qui il sempre crescente interesse per gli autoabbronzanti, per le sostanze cioè in grado di dare un tono abbronzato alla pelle senza l'esposizione alle dannose radiazioni ultraviolette. Poiché la ricerca di sostanze ormonali sintetiche, analoghe al MSH, si è rivelata non scevra di effetti collaterali, l'idrossiacetone (DHA) rimane a tutti gli effetti la sostanza usata nei prodotti autoabbronzanti.

Questa sostanza venne scoperta nel 1920 come dolcificante nelle diete per diabetici. La Wittgenstein notò che lo zucchero che arrivava alla pelle con la saliva le conferiva un colore marrone scuro e che questo colore non poteva più essere rimosso con l'acqua o con lo sfregamento.

Il prodotto fu commercializzato intorno agli anni 50 come autoabbronzante senza suscitare inizialmente degli entusiasmi a causa del colore tendente all'arancio delle prime preparazioni. Il diidrossiacetone (prodotto fisiologico del metabolismo dei carboidrati) viene attualmente prodotto sotto forma di polvere cristallina dalla fermentazione del glicerolo da parte del Gluconobacter oxydans.

La reazione che consente la colorazione della pelle avviene nello strato corneo e comporta inizialmente la conversione del diidrossiacetone in piruvaldeide con la eliminazione di acqua. Attraverso passaggi successivi si arriva alla formazione delle melanoidine, le quali conferiscono alla pelle il colorito scuro e hanno una qualche affinità con la melanina cutanea. Questa reazione è nota col termine di reazione Maillard, cioè la reazione del gruppo aminico degli aminoacidi col gruppo idrossilico dello zucchero per formare le melanoidine. Il picco nella formazione delle melanoidine avviene a PH=5. Per questo bisogna evitare di applicare l'autoabbronzante dopo l'applicazione di un sapone alcalino e togliere anche eventuali sostanze oleose che possono interferire con la reazione in questione.

I prodotti autoabbronzanti possono essere formulati in creme, spry e lozioni. La concentrazione del DHA è normalmente dal 3% a l5%: maggiore è la concentrazione, maggiore è il potere autoabbronzante. Le zone del corpo più ricche di proteine (esempio le spalle o i gomiti) pigmentano maggiormente; per questo è utile eseguire prima dell'applicazione uno scrub per rimuovere le cellule morte. Questo prolunga inoltre la durata dell'effetto del DHA.
Le persone che beneficiano maggiormente dell'applicazione del DHA sono quelle con fototipo II e III; nelle persone più chiare la colorazione può apparire innaturale. Aumentando il contenuto di proteine nello strato corneo prima della applicazione del diidrossiacetone, aumenta l'effetto del l'autoabbronzante; per questo alcune formulazioni contengono delle sostanze (esempio metionina sulfossido) da applicare prima del DHA.

La protezione solare degli autoabbronzanti è scarsa; per questo bisogna aggiungere un filtro solare di natura chimica e non organica poichè questi ultimi (quali ossido di zinco e biossido di titanio) disattivano il DHA.

Un altro problema cosmetologico può essere costituito dal non gradevole odore delle preparazioni a base di DHA; a ciò si è ovviato in parte con l'aggiunta di ciclodestrine.

Dr. Giuseppe Parodi
Dermatologo in Genova
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